venerdì 25 maggio 2007

che confusione

Queste sono parole al vento perchè nessuno le leggerà, ma le scrivo ugualmente.
Non da ora, ma da molto tempo (secondo me) la situazione del paese è cambiata in peggio. I giovani sono incartati nei loro contratti di lavoro che non danno sufficienti garanzie per trascorrere una vita propria e indipendente, ma nonostante ciò sono passivi, non hanno il coraggio di protestare, ma si adagiano sulla famiglia. Se continuerà così che cosa accadrà tra trenta anni? Mio figlio dopo 4 anni di lavoro precario, senza nessuna garanzia per il futuro ha dovuto cambiare e fare un lavoro in cui la laurea non serve. Sarebbe stato molto meglio se a 16 anni fosse andato a lavorare invece di studiare. Conosco molti ragazzi, figli di amici, nella stessa condizione di mio figlio. I più penalizzati sono proprio coloro che hanno studiato, naturalmente non quelli che hanno la fortuna di essere figli di professionisti affermati come avvocati, commercialisti, medici e via discorrendo, e meglio ancora se sono figli o parenti di politici.
La televisione pubblica non da niente, ma a cosa serve pagare il canone se poi molti programmi sono spazzatura? Mi capita di vedere spezzoni di: La sposa perfetta, films schifosi in prima serata ( mentre a tarda sera sono migliori), pomeriggi tipo la vita in diretta, con donne perfette e case bellissime. Contesse e contessine con le loro chiacchiere vuote. Attrici rifatte da capo ai piedi, gonfie di silicone che i conduttori ammirano e decantano la loro bellezza( ormai finta). Insomma io non capisco più niente, il mondo gira al rovescio! Ciao, ciao

giovedì 17 maggio 2007

Per il momento non vado avanti nel racconto perché troppe cose mi distolgono. Sono arrabbiata per come stanno andando le cose, la politica frana da tutte le parti, gli sprechi non si contano, destra e sinistra sono unite per mantenersi i molti privilegi. Al family day non vogliono i dico, ma hanno ascoltato le chiacchiere di chi è salito sul palco a parlare esaltando la famiglia e non si sono scandalizzati che quelle persone sono divorziate o conviventi. Ecco da che parte viene la predica! A me pare giusto che anche gli omosessuali abbiano il diritto di vivere formando una coppia. Che cosa tolgono alle famiglie?

venerdì 11 maggio 2007

Ieri ho inviato sul mio blog la seconda puntata di “ Nella”. Mi sono messa in testa questa idea, ma temo che non mi sia di aiuto. Comunque in questi giorni mi sono divertita a rivisitare il racconto di Nella trascorrendo parte delle mie giornate.

giovedì 10 maggio 2007

Oggi ho deciso di continuare la seconda puntata del racconto "Nella"

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L’abitazione di Nella era al primo piano, all'interno di una spaziosa corte.
A pochi passi da dov’era l’ingresso al cortile, vivevano Rina e Dora, cugine preferite di Nella, ed anch’esse, nate nel 1890.
Le due sorelle, ambedue nate nello stesso anno, si somigliavano talmente tanto d’apparire gemelle, ma in realtà non lo erano. La maggiore era Dora, venuta al mondo nel gennaio del 1890, subito dopo il giorno dell’Epifania. Rina invece, aveva fatto ingresso nella vita la vigilia di Natale dello stesso anno.
Ambedue alte e slanciate, dal fisico ancora acerbo, ma che già rivelava la loro bellezza. Legavano i capelli, lunghi e scuri, con nastri di raso colorati che conservavano gelosamente tra i loro gingilli. Entrambe avevano un portamento aristocratico, una sorta di dono di natura, e benché indossassero abiti di poco pregio, figuravano ed apparivano sempre eleganti.
Nella era una bella ragazza, ma non aveva il loro portamento.
Le giovani, cresciute nello stesso rione, si volevano molto bene, in inverno, trascorrevano insieme i pomeriggi, talvolta a casa di Dora e Rina, altre volte, erano le due sorelle che si recavano nell’abitazione della cugina. Le tre amiche, sapevano fare molte cose, erano abili nel ricamo, nel fare l’uncinetto e con l’aiuto della loro mamma, quando si presentava l’occasione di ricavare da un vecchio abito un corpetto o una gonna, sapevano cucire, così quel vecchio abito, riadattato alle loro esili figure, con l’aggiunta di un pizzo o di un nastro di velluto, recuperato precedentemente da un altro indumento ormai inutilizzabile, appariva come nuovo. In ogni casa, anche di coloro che erano benestanti, non si buttava via nulla, tutto era conservato con cura per quando se ne presentasse l’occasione. Riponevano: trine, bottoni di madreperla simili a perle, fibbie, fiori di seta, nastri colorati e altre preziose guarnizioni, in scatole di cartone dov’era stato conservato il borotalco e che ancora n’emanava il profumo.
Le ragazze avevano imparato l’uncinetto da piccole, dalle loro nonne, il ricamo invece erano state le suore ad insegnarglielo ed ora che avevano quattordici anni si ricamavano il corredo con le proprie mani. Le loro mamme, Vittoria ed Eugenia, erano sorelle e quando riuscivano a raggranellare un po’ di danaro compravano alcuni metri di ghinea o pelle d’uovo per fare alle figlie il corredo. A volte, con i pochi soldi risparmiati erano riuscite a comprare alle figlie persino del tessuto di misto lino, ma non appena le si fosse presentata l’occasione, avrebbero acquistato l’occorrente per fare il completo nuziale in puro lino.
Lavorare era un buon passatempo per trascorrere i lunghi pomeriggi d’inverno. Con l’ago torto riuscivano a fare bellissimi merletti che conservavano, in attesa di attaccarli ai lenzuoli od agli asciugamani del corredo, nelle odorose scatole dai coperchi decorati con tralci di fiori, od immagini di giovani fanciulle che allietavano lo spirito e impreziosivano ancor di più ciò che era conservato al loro interno.
Tra loro gareggiavano a chi riusciva a fare le trine più belle, ma di solito era Rina la più brava. Aveva un talento naturale di creare con l’uncinetto nuovi motivi: greche, rami fioriti, ventagli traforati, splendidi merletti che uscivano con disinvoltura dalle sue piccole e affusolate dita.
Da bambina, le amiche erano invidiose della sua bravura ed allora
succedeva spesso che iniziassero i litigi perché non riuscivano anch’esse a fare le piccole cuffie, o scialli per le loro bambole. Avrebbero voluto che Rina facesse cuffiette e mantelline anche per le loro pupattole di pezza, ma Rina lavorava solo per la propria e allora accadeva frequentemente che si scatenassero liti. La scatola di cartone con dentro il corredo per la bambola, che Rina custodiva gelosamente, era scaraventata per aria da l’amica indispettita. La lite terminava spesso con tirate di capelli e promesse di non guardarsi più. Ma ciò non accadeva mai, dopo il litigio non trascorreva neppure un’ora che la rappacificazione era già fatta.
Tutto questo ormai era cosa passata, Rina insegnava volentieri alle amiche i nuovi lavori che realizzava.
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venerdì 4 maggio 2007

Sto cercando di capir come si fa ad entrare nel mio blog. E' un rompicapo! Che non riesco a capire......Non so qual'è il mioindirizzo url.Credo di aver fatto una grossa stupidaggine a creare il blog.

martedì 1 maggio 2007

Salve, mi chiamo: Graziella, ma per gli amici Grizia.
Pensi che mi si adatti meglio la TV? Io non credo, e anche se non sono esperta in computer, ci voglio provare per divertirmi nello scrivere ciò che mi va...
Inizio il mio viaggio nella rete con il racconto “Nella”.



prima parte.




NELLA


Le Carra, all’epoca di questa storia, erano una manciata di case inserite nella via che dalla campagna conduceva in città, un piccolo tratto di strada molto vicino alla porta ovest delle antiche mura, distrutte quando la città fu eletta capitale d'Italia.
In una di queste case, nel settembre del 1890 venne al mondo ” Nella”, ultima di quattro figli, due maschi e due femmine.
Suo padre, operaio delle ferrovie, con l’onesto stipendio poteva garantire ai suoi cari di condurre una vita senza sfarsi, ma decorosa. Nella si allontanava dal rione raramente.
Tutti gli anni, il Giovedì Santo, sua madre amante delle tradizioni, conduceva i figli a fare il giro delle sette chiese nel centro della città. Era una bell’occasione, sia per onorare il rito religioso, ammirare le chiese ricche d’opere d’arte e imparare a conoscere le vie del centro.
La giovanetta aveva da poco compiuto i quattordici anni e la sua figura, da sempre grassoccia, si era aggraziata, i chili in più se n’erano andati all’improvviso rivelando insinuanti forme.
Il volto dall’ovale perfetto, illuminato dagli occhi grandi e azzurri come il cielo quando e sgombro di nuvole. I lunghi capelli, neri e ricci, le scendevano fino alla vita, intrecciati in una treccia, ma riccioli ribelli sfuggivano all’intreccio e le adornavano il volto. La giovanetta infondeva simpatia per la sua gaiezza, aveva sempre pronto il sorriso che la rendeva amabile a tutti, sia ai giovani, sia agli anziani. Quel giorno, Nella, dopo il frugale pasto di mezzogiorno consumato con sua madre, il resto della famiglia era al lavoro, e dopo averla aiutata a riordinare la cucina aveva fretta di recarsi a casa delle cugine per trascorrere il pomeriggio. Prima di uscire andò in camera da letto, si ravviò i capelli, aprì il cassetto del comò e da una scatola estrasse un nastro di raso celeste che annodò con cura alla treccia. Ammirò la sua esile figura riflessa nello specchio dell’armadio, compiaciuta si cinse la vita con le mani e fece una piroetta, l’ampia sottana del vestito di flanella le sfiorava le caviglie, nel rigirarsi la gonna si allargò mostrando le slanciate gambe avvolte nelle pesanti calze di lana, lembi di trina del sottabito le sfioravano mettendole in evidenza. Nella giravolta il suo vitino apparve ancora più esile. Soddisfatta prese lo scialle, che pendeva attaccato dietro alla porta, lo gettò sulle spalle avvolgendosi e, dopo aver lanciata un’ultima occhiata allo specchio, uscì dalla stanza felice. Salutò la mamma e si precipitò giù dalle scale canticchiando.
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Ciao Grizia